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Umani: animali sociali, ritmici

Tum-tum tum-tum, queste sono le parole onomatopeiche che più si avvicinano al rumore del cuore.

Fin dai primi momenti di quella che possiamo definire vita, veniamo accompagnati da questo rumore. Il ritmo del cuore, è un suono che ci accompagna per tutta la nostra esistenza. I suoni naturali, per loro stessa natura sono ritmici. I canti di richiamo degli uccelli, il rumore delle onde, il soffiare del vento tra i rami di un albero.
Quella del ritmo è un’innata propensione umana, una qualità antica, atavica. Molto probabilmente gestita dal cervello rettiliano, quello che risiede sotto la corteccia cerebrale, la parte più antica del nostro sistema nervoso centrale. La parte dove risiedono le emozioni, i riflessi innati.

È sconcertante osservare come persone affette da deficit intellettivi definiti gravi, quali per esempio sindromi autistiche o demenze frontali, riescano a portare perfettamente il ritmo di una canzone.
È un riflesso innato, una capacità senza tempo. Parte integrante del nostro corredo di qualità cognitive.

Qualche giorno fa, mi trovavo in teatro, ed alla fine dello spettacolo, come d’uopo, il pubblico applaudì gli attori sul palco. Mi resi conto di quanto il battito delle mani cominciò piano piano ad accordarsi su un unico ritmo. Tutti gli astanti cominciarono a battere le mani quasi all’unisono, e questo non per una pratica voluta, ma per quell’innata propensione al ritmo.

Restiamo animali, molto complessi, ma pur sempre animali. E data la nostra scarsa capacità all’autoconservazione, direi che possiamo definirci animali sociali alquanto stupidi.


I nomi che portano immagini

Ci sono dei nomi di persona che portano con se delle immagini, volti preconfezionati presenti nella nostra testa, ed associati a determinati nomi.

L’immagine incontra il suono. Deve avere a che fare con il concetto di “nodi” e “prototipi”. Se vi dico uccellino, a che animale pensate?


Sugli insaporitori culinari e gli insaporitori emotivi

Rosso Fragola

 

Esiste una categoria di alimenti che vengono definiti esaltatori di sapidità. Servono per rendere più gustoso un piatto, una pietanza. Vengono utilizzati dall’industria alimentare e dalla cucina commerciale. Questi insaporitori non sono altro che sostanze chimiche che si legano alle papille gustative ed esaltano il gusto di determinati piatti, modificando quelle che sono le normali proprietà chimico organolettiche delle pietanze, e modificando di fatto la nostra esperienza sensoriale.

Decine di esperienze sensoriali alterate in tal senso, favoriscono quella che posso definire un’alterata e cronica esperienza gustativa. Ovvero, una determinata pietanza assume un gusto plus in un determinato tempo. Questo gusto plus viene riproposto in altri tempi, e con altre sostanze…morale della favola la sostanza in questione modifica in maniera definitiva la nostra esperienza con quella determinata sostanza culinaria. I nostri organi di senso, in questo caso le papille gustative non saranno più colpite da sostanze he non presentano quel plus, presenteranno una soglia di eccitabilità modificata da tali sostanze. In altre parole i  piatti dovranno essere super sapidi per piacere.

Spostate questo discorso alla totalità delle esperienze umane. Oggi viviamo praticamente bombardati da “insaporitori”. Tutte le esperienze umane sono continuamente messe sotto stress da tutti gli apparati commerciali.

L’utilizzo di un social netword come Facebook per esempio rappresenta un insaporitore emotivo. Centinaia di notizie, possibilità di guardare centinaia di contenuti audio, video e fotografici. Un’inondazione di informazioni più o meno importanti sommerge i nostri organi sensoriali. Veniamo assuefatti da una mole di nuove info e notizie tale da modificare il nostro modo di vedere il mondo. La vita off line a questo punti ci sembra lenta, insapida. Pensate a quanto Facebook ed internet hanno modificato il vostro modo  di viverer e vedere il mondo. Moltiplicate il risultato per mille pensando alle nuove generazioni. Una vita che nasce e cresce assumendo informazioni alla velocità della luce. Senza tempo senza spazio.


Vivere nel futuro…

Restare nel presente, vivere l’attimo è sempre stata una delle cose più difficili per noi esseri umani. Quaità essenziale per una vita serena e felice, persa aimè parecchie centinaia di anni fa.
Restare nel presente, vivere nel qui e ora è quello che predicano tutte le discipline orientali, e da qualche anno anche parecchi orientamenti psicoterapici.

La cosa strana è che questa operazione, quanto mai semploce, in teoria, appare sorprendentemente difficoltosa e complessa.
Il “vivere il presente” sottintende una serie di operazioni cognitive complesse che non siamo più abituati a fare. È questo un comportamento controproducente, evoluzionisticamente parlando. Nasciamo per programmare, immaginare, ricordare per poi non ri-sbagliare. Quello che invece richiede l’arte della felicità è restare nel qui ed ora, nel presente, senza correre al futuro o ritornare al passato.
Io ci provo, ce la metto tutta, e qualche risultato sta arrivando.
Disciplina interiore e costanza, oltre ad altri sette comandamenti sono la base di tali discipline.

Per approfondire: Vivere momento per momento di Kabat Zinn


Sensi di colpa diffusi

Spessissimo le nostre azioni sono guidate dal senso di colpa. Sia esso morale o deontologico.

Questo nasce da elaborazioni cognitive che hanno ingredienti sbagliati. Le regole di vita apprese, infatti, fungono da fertile base per lo sviluppo di idee e convinzioni erronee circa quello che “vive” l’altro, circa quello che “sente” l’altro.

Liberarsi da questi (i sensi di colpa), significa riappropriarsi della libertà, di pensiero, di parola. Valutare in anticipo le reazioni dell’altro sulla base di concetti cristallizzati e pre-acquisiti è un grosso errore che commettiamo molto più spesso di quanto immaginiamo.


In chat è più facile…

Una nuova forma di comunicazione scritta, senza limiti temporali, spaziali e soprattutto GRATUITA. Una forma di comunicazione, che semplifica le regole comunicative . Stiamo assistendo alla nascita di quella che possiamo definire neo-lingua. Gli internauti discutono, si scambiano pareri, emozioni. Scherzano, si arrabbiano, si innamorano, proprio come nella vita reale. Ad oggi si conta che un italiano su due sotto i 40 anni possiede un profilo virtuale, una virtual life a volte completamente differente dalla vita reale. Stiamo assistendo ad una nuova idea di socialità, alla formazionione di tribù, microgruppi. Stiamo assistendo ad un processo di “disindividualizzazione” della comunicazione. Il sentimento di appartenenza che permea l’anima di queste nuove tribù si avvale dello sviluppo tecnologico. Gruppi di persone che condividono una stessa matrice comunicativa: il ciberspazio. Si consolidano così gruppi dotati di configurazioni e obiettivi diversi (sportivi, amicali, religiosi, sessuali). Le sostanziali differenze tra queste nuove forme di comunicazione e i vecchi metodi comunicativi appare evidente.

Un nuovo contesto comunicativo

 

L’aspetto cruciale della comunicazione via chat è il cambiamento del contesto in cui gli utenti interagiscono, parlano. Un contesto in cui le persone sono in grado di cambiare la stessa natura della comunicazione. In questo contesto si individuano nuove possibilità relazionali e nuovi paradigmi conoscitivi, si assiste ad un capovolgimento del classico paradigma della comunicazione lineare di Shannon e Weaver. Stiamo parlando del network, paradigma di un modello di comunicazione del tutto nuovo, un processo di negoziazione del significato. Gli attori della comunicazione dunque non sono in una relazione biunivoca isolata, ma fanno parte di una interazione complessa tra tutti i partecipanti alla rete.

Assenza di Metacomunicazione (comunicazione non- verbale)

Le forme tradizionali di comunicazione, così come le sfumature di una conversazione create da cenni del capo, sorrisi, contatto visivo, distanza, tono della voce e altri comportamenti non verbali, diventano variabili “enigmatiche”, capaci di creare incomprensioni, nel momento in cui si cerca di percepirne il senso derivandolo dal contesto del messaggio o dal tono che automaticamente gli viene attribuito dall’ immaginazione umana. Gli utenti sono stati così costretti a compensare (e di fatto
compensano) la mancanza di queste espressioni contestuali sviluppando un sistema rotazionale costituito da icone emotive (emoticons) che simulano sorrisi, facce tristi, ecc. La discussione in chat mancano del tutto di metacomunicazione. Ma cosa è la metacomunicazione? Metacomunicare cosa significa? Significa inquadrare e fornire un punto di riferimento alla comunicazione, porre attenzione alle azioni comunicative e non più al linguaggio, che diviene pertanto solo il mezzo della comunicazione. Comunicare sulla comunicazione è questo il significato etimologico del termine metacomunicazione, dare e ricevere quelle informazioni in più per rendere maggiormente comprensibile il tipo di relazione che abbiamo creato spesso in modo inconsapevole e incontrollato. E’ proprio dal nostro messaggio inconscio e dalla libera interpretazione di esso che deriva la risposta dell’interlocutore, a cui noi a nostra volta rispondiamo in un’altra maniera e così via, creando a volte dei
malintesi e quel circolo vizioso in cui l’uno ritiene responsabile delll’altro della cattiva comunicazione e viceversa. Metacomunicare in modo adeguato ci permette di comunicare in maniera efficace e comporta l’acquisire la piena consapevolezza di noi stessi e degli altri, in quanto orienta l’ascoltatore a predisporsi nella maniera dettata da chi parla. La comunicazione è il nostro biglietto di viaggio, grazie ad essa ci mostriamo e ci presentiamo agli altri, incontriamo le persone entrando nel loro mondo. Avere consapevolezza del contenuto e della relazione che le parole che pronunciamo portano con sé ci aiuta a creare discorsi trasparenti, concreti, lineari e soprattutto ci permette di andare oltre le apparenze, di spostarci dal proprio punto di vista per andare a capire quello del nostro interlocutore.

Assenza di Prossemica, Gestica, Apparenza fisica e Localizazione

Un’altra differenza sostanziale tra un dialogo classico ed uno intrapreso in chat è la totale assenza in quest’ultimo di Prossemica, Gestica, Apparenza fisica e Localizzazione. Tutti elementi visivi che arricchiscono il dialogo.
E’ certamente diverso parlare con una persona standole a mezzo metro di distanza oppure vicino tanto da toccarla, una stessa frase assume diversi significati se detta sbracciando muovendo le mani oppure restando immobili.
Ultimo ma forse il più importante dei quattro elementi è l’ appartenza fisica, in una società come la nostra l’immagine rappresenta una grande fetta della comunicazione, in chat viene a mancare l’apparenza fisica, hic et nunc sostituita da un ricordo, un’idea, un avatar mentale che la persona con la quale parliamo, qualora la conoscessimo, ha riposto dentro di sè. Quando invece chattiamo con una persona che è a noi sconosciuta di cui non conosciamo l’aspetto fisico, il modo di vestire, il suono della voce, allora partono in automatico delle dinamiche immaginative che riempiono quel vuoto comunicativo, e nella nostra testa creiamo un avatar della persona con la quale stiamo interagendo, le attribuiamo un modo di vestire, un modo di muoversi, il colore della pelle, degli occhi, il suono della voce. È’ quindi chiaro che quando scambiamo pensieri, parole con uno sconosciuto siamo tesi ad inviare al nostro interlocutore anche una positiva immagine di noi, bello/a, interessante, socialmente accettabile. Ecco che la dinamica del presentarsi al meglio” è scattata e con essa tutta una serie di comportamenti più o meno consci, atti a delineare e definire nell’ altro un’idea di noi quanto più vicina a quella del nostro ideale.
Riflettendoci meglio appare chiaro a tutti che questo è un processo complicatissimo e artificiale, che ha come prodotto una discussione tra due persone che non esistono, due personaggi ideali. Questo stesso processo diviene addirittura centrale in giochi come Second Life, dove lo scopo è quello di crearsi proprio una seconda
vita del tutto artificiale, e conforme a quell’ idea di perfetto che abbiamo in noi stessi.

Presenza di un “ritmo” artificioso

Una comunicazione in chat non ha il ritmo classico del discorso.
Quando chattiamo abbiamo tutto il tempo di pensare alla frase da dire, scriverla, comporla al meglio ricontrollarla e poi inviarla al nostro interlocutore, un po’quello che avviene con gli SMS. Diverso è un discorso fatto “dal vivo”. In uno scambio comunicativo classico, è sempre presente un ritmo del discorso, a volte molto rapido, cioè gli interlocutori scambiano informazioni molto velocemente, a volte molto lento, a volte uno degli interlocutori non rispetta il “ritmo” del discorso e si è costretti a ristabilire le regole “Stai parlando da solo, adesso mi fai rispondere?”. Questa assenza di ritmo, facilita la comunicazione, rende il processo sopra descritto di creazione di un immagine ideale molto più semplice e preciso. Ed ecco che nel momento in cui lo scambio verbale tra i due attori viene trasportato nella realtà, si assiste ad un radicale cambiamento delle dinamiche di scambio relazionale, e la persona ci appare totalmente diversa da quella che era in chat. Credo che questi meccanismi contribuiscano alla creazione di un personaggio ideale. Un attore che “Pirandellianamente” riesce ad adattarsi ai mille volti degli svariati interlocutori che incrocia, incontrandone il favore, un processo che viene agito da entrambe le parti dello scambio comunicativo, con il risultato di avere due persone che, potendolo fare senza grossi problemi, cercano di aderire alle richieste che ricevono, di essere quello che non sono, di essere quello che l’altro desideri che l’altro sia.

Protezione offerta dal mezzo

Tutto ciò contribuisce al superamento illusorio delle barriere, soprattutto psicologiche, che frustrano la vita nella realtà. La timidezza, l’ introversione, vengono superate grazie alla protezione offerta dal mezzo, la capacità di socializzare se ne avvantaggia notevolmente. La maggior parte dei “chattatori” dichiara di confidare sinceramente aspetti della propria vita privata e usa la chat come un mezzo che avvicina agli altri, una sorta di antidoto all’allienazione all’anonimato.
Risulta evidente quindi la possibilità di tenere un comportamento disinibito dovuto alla mancanza di forme di controllo sulle espressioni non verbali o di condurre più di una conversazione, nello stesso tempo, con più persone, variando di volta in volta il proprio profilo.
Alcuni ricercatori sostengono che questo tipo di contatto a distanza (relay) incoraggia gli utenti a essere disinibiti. Non essendoci nel contesto sociale, la sola parola scritta viene letta come offuscatrice dei confini che distinguono le forme di comportamento accettabili da quelle inaccettabili.
Alla scarsità di reazioni in grado di dominare il comportamento gli utenti assumono atteggiamenti che di regola non verrebbero accettati, specie se si ha a che fare con estranei. E’ chiaro che non tutto il male viene per nuocere. La possibilità di attuare un comportamento disinibito, l’anonimato, associato alla conversazione partecipata tramite terminale, è un vantaggio per quelli che soffrono di timidezza.
Risulta dunque chiaro come la comunicazione tramite chat, in genere, consente agli utenti la libertà di “aprirsi” a una persona estranea, rivelando ad essa confidenze che difficilmente avrebbe potuto confessare faccia a faccia. In questo ambito va collocato il fenomeno delle net romances, relazioni virtuali capaci di creare ed incoraggiare legami emotivi tra persone, che a volte culminano addirittura nella scelta di una condivisione di vita matrimoniale.
Ma non è tutto oro quello che luccica, dall’ altra parte del filo c’è un diverso tipo di approccio alla comunicazione il cosiddetto net sleazing, cioè l insieme dei comportamenti a sfondo sessuale circolanti in rete. Si tratta cioè di sessualità computerizzata o link sex che consiste nella descrizione e rappresentazione grafica di comportamenti sessuali da rivolgere ai propri interlocutori virtuali. In questo modo la chat può diventare lo strumento di veri e propri rapporti sessuali telematici in cui l’atto sesuale viene sostituito dalla verbalizzazione erotica e volgare dei due interlocutori.
Dunque la metacomunicazione sparisce, entrano in gioco nuove regole di linguaggio attraverso le quali colmare il vuoto lasciato dalla mancanza di gesti, intonazioni vocali ed immagini. Tutto questo è la realtà, è il futuro, è ciò che sta accadendo, non possiamo tirarci indietro o accusare le nuove generazioni di degenerazione dei contatti umani, di impoverimento delle emozioni. Questo rappresenta invece un passaggio obbligato, verso un qualcosa che sta nascendo, verso un nuovo linguaggio che si modifica, verso una nuova forma di contatto umano, un’ulteriore forma di comunicazione e condivisione.

 


Sono Caserta

Kurt Lewin scrive la “teoria del campo”, generalmente sintetizzata con la formula:

C = f (P, A)

in cui si mette in risalto che il comportamento (C) di un individuo è una funzione regolata da fattori interdipendenti costituiti dalla sua personalità (P) e dall’ambiente (A) che lo circonda. Persona e ambiente sono considerati come un insieme interconnesso che va a formare lospazio vitale di ogni soggetto.

Quindi io Giovanni abitante a Caserta sono io + il sistema Caserta. Allargando questa teoria posso afferrmare che “sono” in buona parte composto da me, ma posseggo nel mio “essere” molti elementi del mio ambiente.  Lo stesso vale per ogni mio “conprovinciale”. Bene volete avere un piccolo assaggio di come siete? Sintonizzatevi sui canali provinciali, osservate, guardate. Questa è l’ essenza dell’ ambiente in cui vivete, questa è una parte di voi.


Colloquio con un bambino di 5 anni

Com’è cominciato il sole?

Quando è cominciata la vita.

E’ sempre stato a quel posto il sole?

No

Com’è cominciato?

Perchè sapeva che la vita era cominciata.

Come si è fatto?

Col fuoco.

Come?

Perchè c’era del fuoco là in alto.

Da dove veniva il fuoco?

Dal cielo.

Come si è prodotto quel fuoco in cielo?

Perchè c’era un fiammifero che si è acceso.

Da dove veniva questo fiammifero?

L’ aveva gettato il buon Dio…

Come è incominciata la luna?

Perchè abbiamo cominciato ad essere vivi.

E che cosa ha fatto questo?

Ha fatto crescere la luna.

La luna è viva?

No…Si.

Perchè?

Perchè noi siamo vivi.


Vis naturae

Il primo insegnamento, per importanza, che Ippocrate (460 ca. – 370 ca. a.C.) dettava ai suoi allievi era “primum non nocere”, ovvero agire sempre senza arrecare danno al malato o comunque il minore possibile.
Il potere curativo della natura può essere assunto a modello prenaturopatico “vis medicatrix naturae”. E’ presente dunque una forza nella natura che tende a lenire e curare i mali. Una forza che se assecondata è garanzia di una vita sana e serena. Conviene quindi seguire questa via utilizzando rimedi pro-plan, cioè secondo il piano. In un’ ottica più generale: vivere secondo i propri ritmi, senza forzare, senza sacrifici. Tempi lenti e operare secondo canoni umani.


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